In simbiosi

Il fattore che potrebbe rilevarsi decisivo è l’intreccio tra squadra e tifoseria, destinato a stringersi sempre di più

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IMG_20141109_175400Domenica 26 ottobre. L’Ascoli si è appena fatto sfuggire una vittoria in modo rocambolesco. Forte del doppio vantaggio e dopo averlo a lungo dominato, si fa rimontare dal Gubbio. Dietro la lavagna finisce Chiricò, reo di una reazione esagerata per una reiterata trattenuta di Marchionni che gli è poi valsa cartellino rosso più due turni di castigo. L’Ascoli ha fallito la ghiotta occasione di appaiare la Reggiana in cima alla graduatoria. La squadra sta abbandonando il campo sommessamente, quando la curva Sud la chiama a raccolta. Gli applausi che piovono dal cuore pulsante del tifo bianconero spengono sul nascere i primi mugugni.

Sono passate quattro settimane da quell’amaro pomeriggio, eppure sembrano un’eternità. Da allora l’Ascoli ha conosciuto soltanto vittorie – quattro di fila – mantenendo la propria porta immacolata. Dieci reti realizzate, nessuna subita. E Chiricò è tornato ad essere un valore aggiunto. Il Picchio vince e convince. Sciorinando un calcio “positivo e propositivo”, come ama ripeterci mister Petrone fino alla noia.

Le avversarie faticano a tenerne il passo, al punto che la Reggiana – allora capolista solitaria – è rimasta attardata di ben sette lunghezze. E così dietro il Picchio, momentaneamente, si è creato il vuoto. La prima delle inseguitrici ora è L’Aquila (-5), rivitalizzata dal cambio alla guida tecnica e anch’essa con una striscia di quattro vittorie consecutive ancora aperta. Il Pisa (-6) rischia di implodere su se stesso, stritolato dalla pressione di chi è condannato a vincere e spesso finito nella tagliola dei tanti derby toscani.

E così capita di doversi stringere per la ressa di chi, pentitosi delle frettolose critiche di inizio autunno, ora vuole prendere posto sul carro.
Che saremmo ripartiti da zero, anzi da ancor meno visto che prima di ricostruire occorreva mettere ordine tra le macerie, era cosa nota.
Che avremmo dovuto annullare il gap di chi invece poteva contare su basi oliate dalle stagioni trascorse, anche.
Eppure alcuni se ne sono dimenticati in fretta, salvo poi correggere il proprio tiro in tempi recenti.
La vittoria è la miglior medicina, quella sa mettere tutti d’accordo.

Ancora nulla è stato fatto, il campionato è interminabile e minato di insidie. Sarebbe da sciocchi illudersi di percorrerlo in discesa togliendo il piede dall’acceleratore. Nessuno ci regalerà mai nulla, ogni cosa dovremo conquistarcela col sudore della fronte. Guai abbandonarsi al peccato capitale della superbia.

Tuttavia la fiducia cresce ogni giorno di più, come la consapevolezza di essere forti.
Una squadra in crescita esponenziale, che probabilmente ha preso coscienza dei propri mezzi dopo il secondo tempo arrembante disputato contro il Pisa.
Al termine di quella partita, tutti hanno capito che l’Ascoli non è affatto inferiore ai nerazzurri, come tanti sedicenti addetti ai lavori si ostinavano a ripetere. Anzi.

Il fattore che potrebbe alla lunga rivelarsi decisivo è la simbiosi che sta nascendo tra squadra e tifoseria, un intreccio destinato a stringersi sempre di più. E allora torna alla mente la scena finale post Gubbio, quella sorta di patto di sangue stretto in modo consensuale tra giocatori e tifosi.
L’exploit di Reggio ci ha regalato un’istantanea meravigliosa, con l’urlo liberatorio di Mario Petrone e la squadra intera ad abbracciarsi e saltellare sotto il settore ospiti cantando insieme alla propria gente per festeggiare una vittoria esaltante.
Replay cinque giorni più tardi, quando nell’immediato dopo partita di Ascoli-Forlì la squadra al completo, entrando nel ristorante Mister Ok, veniva accolta dai cori di giubilo dei commensali. Questa è Ascoli, signori.
E la sensazione, a pelle, è che il meglio debba ancora venire.

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