Bellini, l’assenza più pesante

La struttura societaria non funziona. Ed è la causa principale dei problemi

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Foto Ascoli Picchio 1898 fc – La Presse

Ci risiamo. Alzi la mano chi, dopo l’avvento di Francesco Bellini, si sarebbe aspettato di vivere ciclicamente campionati di atroci sofferenze sportive. Per il terzo anno consecutivo ci troviamo ad affrontare un autunno terribile, senza aver tratto alcun utile insegnamento dagli errori commessi in precedenza.

Formatosi con una mentalità imprenditoriale anglosassone, il patron fatica a calarsi nel mondo del calcio italiano. E la siderale distanza da cui segue l’Ascoli fa il resto. Troppo lontano per affrontare le questioni in prima persona, è chiamato a delegare terzi. Braccato e costretto ad ascoltare versioni parziali ogni volta che ritorna, trova sempre la confusione a regnare sovrana. Una situazione che di certo non ha contribuito a fargli scoccare la fatidica scintilla.

L’Ascoli Picchio è additato come una società modello, ripetono fino alla nausea i dirigenti. Ha ormai un proprio centro sportivo e un suo appeal. L’idea di un club strutturato e con giovani di proprietà è affascinante. Fare calcio in maniera diversa dagli altri, con una propria filosofia, è condivisibile. Anche se avere tanti cartellini di proprietà nasconde diverse insidie, perché puoi ritrovarti in mano vincoli pluriennali a giocatori rivelatisi inadeguati e che fai fatica a sistemare altrove. Quest’anno si è forzato troppo la mano, aggiungendo al rischio di una guida tecnica senza alcuna esperienza un manipolo di debuttanti di belle speranze in uno spogliatoio volutamente privo di leader carismatici. Il primo tempo di Bari è stato impressionante, da un punto di vista tattico. Ma è stato sufficiente perdere un paio di pedine per tramutare quella bella squadra in un’armata brancaleone. Dalla ripresa del San Nicola si è vista una compagine impaurita e irriconoscibile, capace di riabilitare l’attacco del Carpi e la difesa del Foggia. Noi ieri abbiamo visto tutta un’altra partita rispetto a quella che ci raccontano Maresca e Giaretta.

Sarà una società modello, eppure si trova all’ultimo gradino della classifica a sgomitare con concorrenti che affogano nei debiti e hanno persino cartelle milionarie rottamate con Equitalia. Dopo la cessione più proficua della sua storia (Orsolini) e con la cambiale Favilli nel cassetto, era lecito attendersi di più. Il calcio non è un’azienda normale, il lato tecnico deve essere il cuore del tanto sbandierato “progetto”, invece viene trattato come una parte meno importante delle altre. Se la squadra retrocede, tutto il resto si affloscia come un castello di carte. Ma ai piani alti sembrano incredibilmente non rendersene conto.

Lovato, Cardinaletti, Valori. Adesso di nuovo Cardinaletti, seppur non ancora investito ufficialmente. Cambiano gli attori ma il copione resta sempre lo stesso. Perché, diciamoci la verità, è la struttura societaria il vero punto debole. Disegnata in questo modo non può funzionare. Con il padrone perennemente all’estero e uno stipendiato designato a farne le veci. Con i soci confinati nell’angolo ad assistere da spettatori paganti. E’ la storia degli ultimi campionati a dimostrarlo, non sono semplici opinioni. Urge trovare velocemente una soluzione, prima che sia troppo tardi.

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